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Una marcia silenziosa

Donne assenti che avrebbero dovuto essere presenti.
scarpe rosse
24
Nov

Una marcia silenziosa

La storia

Un Paese dell’Africa occidentale attraversato da disordini politici. Uno studente padre rivoluzionario che è costretto a lasciare la sua casa per non essere perseguitato. Una mamma e le sue bambine che lo vedono partire. Questi gli elementi iniziali che hanno portato alla diaspora della famiglia di Leontine, che si è dapprima ritrovata in Africa per poi perdersi sul confine libico, dove la famiglia si frammenta e le bambine partono sole verso il mare dividendosi tra il nord e il sud dell’Italia in diversi centri di accoglienza.

Si crea ora un intreccio di chiamate e ricerche che vede coinvolti i genitori, che si sono rintracciati autonomamente, le Coop che hanno in accoglienza i membri della famiglia e le Prefetture di competenza. Progetto Itaca, che ospita Leontine e due delle sue bambine più piccole, riesce a portare a termine il ricongiungimento con la figlia preadolescente accolta in un CAS calabro. Il papà, intanto, ottiene la protezione umanitaria e si dirige verso Lecco avvicinandosi alla sua famiglia.

Seguendo i dettami dell’accoglienza diffusa, il nucleo famigliare viene accompagnato alla vita in appartamento con la preziosa collaborazione della Coop L’Arcobaleno di Lecco, che riesce a portare a compimento anche il ricongiungimento della figlia adolescente che stanziava in un CAS di Trento.

Donne, ragazze e bambine affrontano quotidianamente il viaggio “verso un futuro migliore” incontrando traversie inimmaginabili e momenti di sconforto, finché una mano viene tesa, delle collaborazioni vengono create e una famiglia viene riunita.

Manca all’appello ancora una ragazza, figlia della coppia, rimasta in Africa con lo zio che speriamo possa giungere presto in Italia e iniziare la scuola e la sua vita famigliare come le sue sorelle.

Il contesto

Negli ultimi due anni il fenomeno della femminilizzazione dei flussi migratori ha raggiunto numeri importanti; basti pensare che solo in Italia il numero delle richieste di protezione internazionale da parte delle donne è duplicato tra il 2015 e il 2016 e che a livello mondiale, su statistica dell’Unhcr, le donne rappresentano ormai il 50% dei rifugiati.Numero donne richiedenti protezione internazionale 2015 e 2016

Questa migrazione tutta al femminile ha implicazioni sociali, economiche e psicologiche proprie dell’essere donna, contando anche che tra i vari fattori che spingono uomini e donne a migrare forzatamente dal proprio Paese d’origine ve ne sono alcune che affliggono in modo specifico le donne, come ad esempio violenze sessuali, mutilazioni genitali e matrimoni forzati.

Siamo particolarmente preoccupati per l’allarmante tasso di persone, tra coloro che arrivano via mare, vittime di violenze sessuali e di genere, tra cui stupri, prostituzione forzata, mutilazioni genitali femminili e matrimoni precoci, violenza domestica. ~ Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati

Si pone, quindi, il necessario accento sul genere dei flussi migratori e sulla necessità di prestare massima attenzione alle potenziali vittime di tratta per riconoscerle e mettere in campo le forze necessarie atte a proteggerle. In Italia per rafforzare il sistema di protezione è stato emanato il DL 93/2013 che consente alla donna straniera di sottrarsi alle situazioni di violenza aderendo a un programma di protezione e ottenendo un nuovo tipo di permesso di soggiorno per motivi umanitari a favore delle vittime di violenza introdotto dall’art. 18 bis nel Testo Unico sull’Immigrazione.

Per renderci appieno conto della situazione possiamo pensare al fatto che molte donne migranti partono incinte dal loro Paese d’origine perché in questo modo avranno una minore possibilità di subire violenze nell’attraversare la Libia.

In Progetto Itaca cerchiamo di mettere le donne nella condizione di avere tutte le informazioni per tutelarsi e le supportiamo nelle loro scelte nel modo più consapevole possibile. Siamo costantemente in contatto con il progetto antitratta di riferimento territoriale, in primis per permettere l’emersione e l’identificazione della vittima e poi per darle il supporto necessario per entrare nel programma di protezione.

Parlando con loro dobbiamo capire che non possiamo vedere le loro storie con i nostri occhi e che loro non possono vedere la nostra realtà con i loro!
Il loro concetto di violenza sembra essere diverso dal nostro, idem per la concezione di diritto. Le dinamiche famigliari che hanno vissuto si riversano nel rapporto tra uomo e donna e così, soprattutto dopo il rito del matrimonio, la figura del marito diviene predominante tra le mura domestiche e la moglie segue un’impostazione impartita di sottomissione.

numeri violenza di genere

 

 

 

Ben sappiamo, però, che il luogo dove si sviluppano con più frequenza atti di violenza sulle donne sono proprio le case e che i carnefici sono le persone amate. Lo sappiamo perché praticamente ogni giorno giornali e TG ci raccontano storie di donne maltrattate sia fisicamente che psicologicamente, lo sappiamo dalle statistiche Istat per le quali sono quasi 7 milioni quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma d’abuso, lo sappiamo dall’Ansa che ci informa che negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui il 71,9% in famiglia.

 

Per cambiare la vergognosa realtà dei fatti bisogna provocare delle scintille di cambiamento nella mentalità, il problema va percepito come tale nel tessuto sociale. La questione è culturale e, quindi, andrebbe affrontata partendo dalle scuole insegnando un’educazione ai sentimenti e all’empatia fin dalle prime classi per sopprimere lo stereotipo che vede l’uomo cacciatore e la donna preda. Bisogna imparare a riconoscere e a trattare la violenza come tale, abolendo il silenzio che ne è la forma di accettazione peggiore. Abolire il silenzio sensibilizzando le persone e supportando le vittime: è questo l’intento della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne che si celebra il 25 novembre di ogni anno istituita dall’Assemblea Generale dell’ONU a ricordo della brutale uccisione delle tre sorelle Mirabal nella Repubblica Domenicana, perché si opponevano strenuamente nel 1960 al regime dittatoriale che opprimeva il loro Paese.

Prevenire la strada a partire dalla violenza fra le mura domestiche. E i media stiano attenti al linguaggio: non si deve mai definire un femminicidio come un delitto passionale, non esistono alibi sentimentali per atti brutali. ~ Giorgio Mattarella

Femminicidio è una parola coniata per far comprendere alla società che esiste un problema, usata per la prima volta a Ciudad Juàrez, città di frontiera del Nord del Messico dove dal 1993 un numero indefinito di donne viene rapito e assassinato senza che le autorità intervengano. È proprio qui che nasce il primo Zapatos Rojos, la prima marcia silenziosa di scarpette rosse, che simboleggia donne assenti che avrebbero dovuto essere presenti. Installazione artistica di Elina Chauvet per puntare il dito contro il silenzio che avvolge la violenza perpetrata contro il genere femminile, una manifestazione di solidarietà, di protesta e di informazione in tutto il mondo. A parlare sono le scarpe rosse, simbolo di una femminilità gioiosa, strappate dal piede di chi avrebbe dovuto indossarle e, invece, è stata uccisa.  La speranza è che i segni visibili di denuncia si trasformino in consapevolezza dell’esistenza della violenza di genere e provochino un cambiamento culturale.

 

Cosa desideriamo trasmettere celebrando la Giornata Mondiale?

RICORDARE le vittime di femminicidio per denunciare e rendere visibile

SENSIBILIZZARE sul tema della violenza di genere

PROMUOVERE un cambiamento culturale nella società

 

Sitografia:

Statistiche:

 

 

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