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In Itaca si parla di... Rifugiati ambientali

Perché fuggono? Come sono tutelati? Il concetto di land grabbing ricco e complesso, è stato affrontato con serietà ed impegno dalle due studentesse Martina e Camilla, che hanno riportato il significato e i risvolti sociali del fenomeno in analisi.
26
Apr

In Itaca si parla di… Rifugiati ambientali

Continua l’attività di Alternanza – Scuola Lavoro in Progetto Itaca con l’Istituto Superiore “A. Greppi” di Monticello Brianza. (Vedi Articolo)
Il tema del progetto, “I rifugiati ambientali: Chi sono? Perché fuggono? Come sono tutelati? Il concetto di land grabbing” ricco e complesso, è stato affrontato con serietà ed impegno dalle due studentesse Martina e Camilla, che hanno riportato il significato e i risvolti sociali del fenomeno in analisi.

Ma chi sono i rifugiati ambientali? Scorriamo insieme i passaggi chiave delle loro relazioni, per trovare la definizione.

Da circa trenta anni si utilizza la nozione di “migrazioni ambientali”, per distinguerle da quelle “economiche”.
Come riporta Camilla, secondo il termine “environmental refugee” divenuto di uso comune e ufficiale dopo il saggio del ricercatore cairota Essam El-Hinnawi, edito nel 1985 dall’agenzia dell’Onu che si occupa del programma ambientale, United Nations Environment Programme (Unep) si tratta di “Persone che sono state costrette a lasciare il loro habitat abituale, temporaneamente o per sempre, a causa di una significativa crisi ambientale o che sono state spostate in via definitiva da significativi sviluppi economici o dal trattamento e dallo stoccaggio di scarti tossici, mettendo così a repentaglio la loro esistenza e influenzando gravemente la qualità delle loro vite”.
Da qui la nascita del land grabbing, ampiamente illustrato da Martina, fenomeno economico esploso nel 2008 e considerato da alcuni una nuova forma di colonialismo. Il flusso massiccio di investimenti e di capitali – soprattutto provenienti da Paesi sviluppati o emergenti – spesso è finalizzato all’accaparramento di terreni agricoli nelle regioni del sud del mondo destinato allo sviluppo intensivo di monocolture.

Tale pratica comporta il sacrificio di vaste zone di territorio e la scomparsa di biodiversità, compromettendo l’equilibrio tra i vari ecosistemi e la sopravvivenza del Pianeta. Questo processo tanto sbandierato come “sviluppo” e “progresso” non fa altro che aumentare la povertà nel Mondo.

Nel settembre del 2016, il land grabbing è stato inserito tra i reati ambientali più gravi dalla Corte penale internazionale (Cpi) che ha sede all’Aia, nei Paesi Bassi.
Nella sua ricerca, partendo dalla minaccia del land grabbing, Martina ha scoperto che alcune Organizzazioni internazionali (UNHCR, OIM e altre) hanno però criticato l’utilizzo del termine rifugiato nel caso delle migrazioni ambientali. Questo perché secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 il riconoscimento dello status di rifugiato è previsto solo a chi si trova a scappare dal proprio Paese per il timore fondato di subire persecuzioni di tipo individuale per razza, religione, nazionalità, opinione politica e appartenenza ad un particolare gruppo sociale. E nel caso dei migranti ambientali, continua Camilla, è spesso difficile parlare di rischio di persecuzione nel vero senso della parola.

Si creano dunque due fazioni contrapposte: chi ritiene che queste persone abbiano diritto alla protezione di un altro stato perché cambiamenti climatici e i disastri ambientali sono provocati dall’occidente e chi invece è contrario perché avendo caratteristiche diverse dagli altri migranti forzati, si debba attendere di avere strumenti giuridici adeguati, oggi assenti, per valutare le cause reali e concrete.

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