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Ballando per Sankara

Le parole di Aboubacar
10
Ott

Ballando per Sankara

Aboubacar è un alto ragazzo maliano di 26 anni che arriva, un po’ timido un po’ perplesso, dondolando le lunghe braccia, per raccontare la sua esperienza con la compagnia teatrale “Piccoli Idilli” nel progetto “Senza Sankara”.

Aboubacar non riesce ancora a parlare l’italiano, allora decidiamo che lui parlerà in bambara ed Idris tradurrà: inizia subito col dirmi che a lui piace andare a scuola, che l’italiano lo vorrebbe imparare velocemente e che, però, fa molta fatica perché in Mali ha frequentato solo 4 anni di scuola araba. Sa che imparare l’italiano è il primo passo per avere delle opportunità. Mi racconta che ha incontrato la compagnia grazie ad un laboratorio di danza africana che si è tenuto nella struttura di Airuno, una struttura di prima accoglienza, con la danzatrice del Burkina Faso Bintou Ouattara e il percussionista Siriki Ouattara, grazie al quale si è cimentato nel suonare i tamburi. Siriki gli faceva prendere il ritmo e gli faceva vedere come tenerlo. Entusiasta della giornata ha dato poi la sua adesione per partecipare allo spettacolo teatrale finale “Senza Sankara”, perché anche lui ha sempre sentito parlare di Thomas Sankara e desiderava contribuire alla narrazione.

A quel punto glielo chiedo perché proprio non lo so chi è Thomas Sankara!

Aboubacar si anima e inizia a spron battuto a raccontarmi tutto quello che gli viene in mente e che si ricorda, mi dice che Sankara era un personaggio rivoluzionario della storia africana degli anni ’80 e che oggi è ancora simbolo di libertà e riscatto. Lottava per l’autosufficienza africana nel cibo e nelle materie prime, sosteneva che il finanziamento esterno non dovesse apparire come la panacea dei problemi economici africani, che il finanziamento fosse necessario, ma che bisognasse rimboccarsi le maniche per autosostenersi, desiderava, inoltre, che la sua Nazione si valorizzasse per non dover dipendere da nessuno. Sankara chiedeva ai ricchi di aiutare i poveri, chiedeva di piantare tanti alberi, perché così si sarebbero avuto delle zone d’ombra dove vivere, chiedeva agli africani di lavorare sodo e di non aspettare supporti occidentali. Chiedeva di aver fiducia in loro stessi e di mettersi in gioco. A quel punto mi guarda e mi dice in italiano:

– Aspetta!

Prende il cellulare e inizia a cercare forsennatamente per farmi vedere un video, con gli hashtag #eternelsankara #immortelsankara, e mi dice di guardarlo tutto. Lo guardo e  alla fine mi dice:

– Hai capito?

E io:

– Si, si ho capito!

E lui:

– Anche io voglio mettermi in gioco e studiare e farcela!

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